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Cicerone, Pro Sestio, 19, 42-44

2 giu

Cicerone, Pro Sestio, 19, 42-44

Videbam senatum, sine quo civitas stare non potest, omnino de civitate esse sublatum; consules, qui duces publici consili esse deberent, perfecisse ut per ipsos publicum consilium funditus tolleretur, contiones haberi cotidie contra me, vocem pro me ac pro re publica neminem mittere: haec cum viderem, quid agerem, iudices? Scio enim tum non mihi vestrum studium, sed meum prope vestro defuisse. Contenderem contra tribunum plebis privatus armis? Vicissent improbos boni, fortes inertes; interfectus esset is qui hac una medicina sola potuit a rei publicae peste depelli. Quid deinde? Quis reliqua praestaret? Quidam in contione dixit aut mihi semel pereundum aut bis esse vincendum. Quid erat bis vincere? Ego vero semel perire tamen, iudices, maluissem quam bis vincere: erat enim eiusmodi contentio ut neque victi neque victores rem publicam tenere possemus.

Traduzione:

Vedevo che il senato, senza il quale una città non può stare, era stato sostenuto completamente dalla civiltà; che i consoli, che dovrebbero essere le guide delle decisioni pubbliche, hanno fatto in modo che le decisioni pubbliche fossero completamente abolite attraverso loro stessi; che si tengono quotidianamente assemblee contro di me; che nessuno dice qualcosa a mio favore o a favore dello Stato; dal momento che vedevo queste cose, cosa avrei dovuto fare, giudici? So infatti che allora non mancava a me il vostro interesse, ma il mio mancava quasi al vostro. Avrei lottato contro il tribuno della plebe privato delle armi? Che gli onesti avrebbero potuto sopraffare i malvagi, e i forti i deboli; colui che con quest’unico supporto ha potuto essere allontanato dalla rovina dello Stato sarebbe stato ucciso. E quindi? Chi avrebbe potuto fare le restanti cose? Qualcuno mi ha detto in assemblea o che si dovesse andare una sola volta o che si dovesse vincere due volte. Cosa era vincere due volte? Io in verità preferirei tuttavia morire una sola volta che vincere due: infatti c’era una tale tensione che né vinti né vincitori potevamo occupare il governo.

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Cicerone, Pro Sestio

2 giu

A seguire i link alle versioni tradotte e commentate del Pro Sestio di Cicerone.

- Paragrafo 19, 42-44

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Cicerone, Pro Archia, 19

1 giu

Cicerone, Pro Archia, 19

[19] Sit igitur, iudices, sanctum apud vos, humanissimos homines, hoc poetae nomen, quod nulla umquam barbaria violavit. Saxa et solitudines voci repondent, bestiae saepe immanes cantu flectuntur atque consistunt: nos, instituti rebus optimis, non poetarum voce moveamur? Homerum Colophonii civem esse dicunt suum, Chii suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant, itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt: permulti alii praeterea pugnant inter se atque contendunt. Ergo illi alienum, quia poeta fuit, post mortem etiam expetunt: nos hunc vivum, qui et voluntate et legibus noster est, repudiabimus?

Traduzione:

[19] Che sia sacro dunque, o giudici, per voi, uomini assai colti, questo nome di poeta, che nessuna barbaria mai oltraggiò. Pietre e deserti rispondono alla voce umana, bestie feroci spesso si placano e si arrestano grazie al canto, e noi educati al bello non dovremmo essere mossi dalla voce dei poeti? I Colofoni dicono che Omero è un loro cittadino, lo rivendica per sé anche la popolazione di Chio, lo reclamano gli abitanti di Salamina, assicurano gli abitanti di Smirne che appartiene a lei e così gli hanno dedicato un tempio in città; e molti altre inoltre combattono e se lo contendono tra di loro. Che dunque! E quindi quelli reclamano come proprio, visto che fu un poeta, uno straniero anche dopo la sua morte, e noi Archia qui, che è vivo e che vuol essere nostro e lo è per legge, lo rifiutiamo?

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